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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


4 settembre 2014

I vestiti trasparenti del Re

Alessandra Serra, sull’Huff Post, traccia una critica ben argomentata al ragionamento fatto da Lucia Annunziata pochi giorni prima. Era un post feroce verso Renzi, senza sconti, come non se ne leggevano da mesi (a parte Scalfari, e mai così tranchant). Serra tenta di interpretare quella critica, e scansa subito i temi di contenuto: la questione dei pochi risultati raggiunti è solo un diversivo. La critica, dice, è culturale, piuttosto. E concerne le modalità con cui l'ex Sindaco propone se stesso. Ossia, “l’impianto retorico persuasivo” messo in campo dal premier. Roba da cultural studies, roba linguistica: schemi concettuali, modelli comportamentali, gabbie retoriche, tutto qui dice Serra. Non ci sarebbe, in sostanza una vera e motivata avversione alle iniziative del Governo (che lei, con modi presuntamente en passant, definisce “risultati straordinari”), ma soltanto “a un codice e a un frame concettuale”. Saremmo dinanzi a una disomogeneità tra livelli discorsivi, tra linguaggi, si confronterebbero punti di vista alberganti all’interno di diverse “cornici discorsive”. Cambia la foto, cambiano le parole, cambiano i modi di approccio, e infine si battaglia sul nulla formale del linguaggio senza tenere conto della polpa, ossia degli “straordinari risultati” del Governo. Sarebbe più onesto, dice Serra, ammettere questo, dire che il modo di fare del premier non piace e punto, senza disconoscere la sua monumentale bravura, senza criticare un governo magnificamente in sella e pronto a dare risposte agli italiani.

Insomma, è tutta una questione di linguaggio. Torna qui un cardine della propaganda renziana: io sono il nuovo, io ‘spacco’ il sedime culturale, rompo gli schemi, rottamo le continuità, sfido i vecchi paradigmi, inauguro nuovi linguaggi. Io sono il superuomo, parrebbe di sentir dire. Spariglio e chi s’è visto s’è visto. Annunziata andrebbe a cadere proprio in questo abisso spalancato dall’irruzione del rottamatore. Un trappolone di cui nemmeno avrebbe avuto sentore se Serra non glielo avesse spiegato. Il discorso della direttrice sarebbe solo ‘formalistico’, sarebbe una specie di equivoco linguistico wittgensteiniano: siete delle mosche in una bottiglia, pare dire, siete prigionieri del linguaggio e nemmeno lo sapete, credete di parlare di politica e invece ce l’avete con i nuovi schemi culturali introdotti da Renzi perché non vi appartengono. Vecchiezza culturale? Piuttosto afasia linguistica, gente a cui non funziona più lo strumento verbale. Peggio ancora per la giornalista Annunziata, che col linguaggio ci lavora e ci vive. Ma è davvero così? Sono solo un incidente linguistico, un cieco equivoco, le critiche che cominciano a piovere su Renzi? Oppure c’è dell’altro? C’è roba più solida?

Be’, l’altro è davvero poco, se togliamo le classiche 80 euro. Perché il primo a sfilare da sotto il banco il contenuto è stato proprio il premier. La sua discontinuità culturale è all’incirca tutto quello che ha offerto e messo in campo in questi mesi. Il linguaggio è stata la sua sola arma. E difatti ne utilizza a pieno, con annunci, battute, con una presenza mediatica alla lunga persino controproducente. A fare il simpatico prima o poi stanca, ha detto Cacciari. L’Annunziata parla, in fondo, di ciò che vede, di quello che offre il convento. Se fa la mosca in bottiglia è perché gli mostrano solo la bottiglia: non mezza piena o mezza vuota, ma vuotissima. Non si può rimproverare ai giornalisti critici la loro lateralità linguistica, i loro equivoci, il loro essere insetti in trappola nella rete tessuta dal premier, se poi quello è l’unico campo da gioco ammesso sinora da chi fa attualmente le regole (che sono poi le regole della retorica, dello storytelling, della comunicazione-politica). Siamo sommersi da hashtag, dovremmo parlare di politica internazionale? Siamo sopraffatti dagli annunci e dai contro annunci, dovremmo andare alla ricerca di una ‘cosa’ che non c’è ancora ma che vedremo, se va bene, tra #millegiorni (scrivo con l’hashtag perché si capisce meglio)? Sono accerchiato da narrazioni e contronarrazioni, peggio di un critico letterario che almeno lo fa di mestiere. Non solo. Da ‘adesso!’ siamo arrivati al #passodopopasso, lasciando persino presagire che il brodo comunicativo è destinato ad allungarsi sino a diventare la classica acqua fresca. Si è scelta dapprincipio la strada della ‘posa’ comunicativa pur di imbrigliare l’elettorato e i media, e poi si ironizza sul fatto che molti in questa trappola ci sono cascati e pure alla grande? Rimproverando in fondo alla Annunziata un eccesso di zelo nel considerare solo l’aspetto ‘culturale’, i modi, e gli approcci linguistici scartabellati dal premier in già sette mesi? Dopo il danno pure la beffa? Dopo la sòla, la presa in giro?

Onestà intellettuale per onestà intellettuale. Come la si chiede alla Annunziata, io la chiedo alla Serra, di cui stimo senz’altro le qualità professionali e l’abilità retorico-comunicativa. Perché qualcuno non ammette che sì, in effetti, la faglia culturale c’è perché l’abbiamo pensata, progettata, messa in atto noi. Sì, le modalità nuove di Renzi le imponiamo perché dietro non c’è ancora nulla, e spesso meno che nulla? Sì, il linguaggio è la nostra unica risorsa, forse la vera e sola straordinaria risorsa di cui dispone il premier per ‘ammischiarla’ agli italiani in attesa che Padoan o chi per lui cavino il ragno dal buco. Insomma, costruiamo palazzine su fondamenta abissali e speriamo nella buona sorte. Speriamo che non crollino. Speriamo non ci crollino indosso. Sarebbe bello, sarebbe onesto ammettere questo aspetto, peraltro così evidente. Stimerei di più l’allegra brigata che ha ‘preso’ il PD e lo ha mutato in una cosa che non capisco (e non solo per motivazioni linguistiche, culturali o di approccio retorico, ma politiche, politicissime). Sarebbe un gesto leale, comprensibile, forse dovuto. Anche se capisco che, ammettere la propria nudità, non è da Re. E Renzi a fare il Re si atteggia molto. Anzi, moltissimo.

http://www.huffingtonpost.it/alessandra-serra/sindrome-di-adattamento-diamanti-annunziata-_b_5749542.html

 


18 marzo 2014

Venghino.

Giovanni Sasso, direttivo creativo di Proforma, ci spiega sul Corriere del Mezzogiorno del 15 scorso, che la buona politica è un atto etico straordinario se è rispettosa del suo acquirente e della società in cui vive. Tutto giusto, almeno al primo impatto. Mi chiedo soltanto che cosa voglia dire ‘rispettoso’ (lascio stare ‘acquirente’ perché sennò già vedo i sorrisini di chi pensa ‘ecco il comunista’). Mi limito a ‘rispettoso’, dunque.  Perché il rispetto è una cosa serissima. Ma in certi casi è una forma suprema di conservazione. La forma più alta. Rispettare l’ambiente, come dice anche Sasso, vuol dire ‘conservarlo’, ossia lasciarlo così com’è. Se rispetto la società, altrettanto, la lascio così com’è. Il cittadino acquirente resta tale, un soggetto di consumo e basta. I rapporti, le relazioni, le ingiustizie, le iniquità, restano tali. Tutto resta uguale, perché io compio questo ‘atto etico straordinario’, dice Sasso, di rispettare tutto, di entrare in punta di piedi, offrire il mio prodotto, venderlo, e tornare sui miei passi, senza muovere paglia, anzi. La buona politica, quella rispettosa, è una specie di venticello, di refolo rispettoso a sua volta, che sfiora le cose, non turba gli acquirenti, anzi si fa capire con le slide(s) tipo volantoni del supermercato, e parla alla casalinga di Voghera, al bracciante Lucano, alla cuoca di Lenin. Ti spiega che c’è un bel 3x2 (anzi un 2x1: prendi due camere e te ne ritrovi una soltanto), che lì c’è il 15% (di premio), là invece il 12% (di soglia). Ti racconta rispettosamente che siamo in epoca di saldi, che ci stiamo vendendo l’anima pur di pareggiare il bilancio, che rottamiamo e regaliamo tutto, uomini (D’Alema, Bersani), partiti (PD), istituzioni (Parlamento), sino a pulire gli scaffali, ad azzuffarci alla cassa, a contenderci i carrelli. E che non rompano le scatole i cattivi acquirenti, quelli che non meritano rispetto: gli uomini di partito, i sindacalisti, i comunisti, i burocrati, i vecchi. Gente che non sa apprezzare lo sforzo che facciamo per farvi stare bene, che non capisce che noi vogliamo solo il vostro bene e soffriamo davvero se non capite o peggio vi ribellate. Facciamo persino delle slide(s) a colori, da leggere al posto degli inserti economici noiosi e degli articoli di giornale. Perché si fa prima a seguire l’imbonitore che a capirci di più da sé. Basta libri, allora. Basta leggere. Ecco il volantone ed ecco l'offerta. Prendere o lasciare. Non siamo qui per vendere ma per regalare. Venghino signori, venghino. Vi spiegano tutto con semplicità Renzi e Proforma. Bella coppia davvero. Rispettosa. Il meglio del nostro supermercato. Venghino, signori. Venghino.


17 marzo 2014

Politica pop o riformismo?

Una volta bisognava essere degli statisti per partecipare ai vertici dei governi o sedere ai consessi internazionali. Oggi si è più larghi di maniche. Può andare chiunque, purché si trovi per qualunque ragione a capo di un governo. È così, lo vedete anche voi. La verità è che è cambiata la procedura di selezione delle classi dirigenti, è cambiata la forma della competizione elettorale, lo stesso concetto di leadership si è rivoltato. Siamo ormai alla realizzazione dell’auspicio morettiano o leniniano per cui anche il bracciante lucano, o la casalinga di Voghera o una cuoca (con tutto il rispetto) potrebbero sedere sullo scranno politico più alto e da lì volare dalla Merkel oppure a un G8 qualunque. Meglio? Peggio? Boh. Ma aver surrogato le culture politiche con le tecniche di comunicazione non ha portato vantaggi. Forse ha popolarizzato la politica, le ha dato una forma mediatica, l’ha resa una specie di reality, ma non l’ha migliorata, semmai l’ha resa peggiore di prima. Se fosse accaduto alla chirurgia, oggi indosserebbero il camice i tronisti, oppure Maria De Filippi in persona, e sfido chiunque ad andare in sala per un’appendicite. Tuttavia, siccome si tratta “solo” di politica, allora nulla quaestio. La politica deve essere pop, no? La chirurgia no, d’accordo, ma la politica sì. Senz’altro.

La fonte del danno è tutta lì. Nell’essersi affidati alle agenzie di comunicazione invece che allo studio e ai convegni. Nell’aver scelto i depliant e gli hashtag al posto delle culture politiche in senso forte. Passi che ciò sia accaduto ai cittadini, ma è del tutto inverosimile che siano stati anche i vertici delle istituzioni, dei partiti, gli organi dello Stato, gli intellettuali, la cittadinanza più accorta, a scegliere la via breve dello slogan al posto della ricerca e del dibattito pubblico. Lo stesso PD fallisce come partito perché non mette in gioco davvero le culture politiche ma si limita a mettere in campo un gioco di specchi comunicativo. La comunicazione divide, diluisce, dissolve. Le culture politiche invece unificano nel confronto, nel contraddittorio, nel permanere comunque di un’identità, perché aprono dibattiti e contese. L’amalgama deve essere amalgama di culture non differenziazione di slogan e battute pop buone appena per la TV. Sulle battute ci si divide, nel dibattito si tessono invece trame che avvicinano. Il PD oggi è solo una macchina elettorale comunicativa. Si appresta a diventare un partito degli eletti. È pronto a scomparire ove Renzi fallisse. A queste condizioni (finanziamento pubblico zero, tanto per dire), scomparirà come tale il giorno che finirà all’opposizione. Orsù!, direbbe il poeta, la minoranza di sinistra interna al PD apra una grande discussione di cultura politica, si unifichi attorno a una convenzione. Non basta giocare di fioretto con Renzi, bisogna cambiare il contesto del gioco. La sinistra è trasformazione o non è. Ecco il riformismo.


16 settembre 2013

Renzi chiusin chiusino

            Lo dicevamo. A forza di usare metafore calcistiche, la politica rischia di diventare calcio tout court. Non solo a livello linguistico (“vi asfaltiamo”, dice Renzi, mentre dagli spalti rispondono con “picchia Matteo!”), ma soprattutto a livello pratico. Oggi l’obbligo è vincere, anche facendo catenaccio, contropiede, melina, calciando la palla in tribuna. Vincere e basta. Il senso della politica è ridotto alla campagna elettorale, dove si confrontano persone liberate dalla zavorra delle idee, pronte a offrire il proprio corpo invece di una prospettiva trasparente. Nulla di male se si decidesse di trasformare la competizione elettorale e politica in un luna park. Malissimo se, poi, le decisioni venissero prese in segrete stanze, come se al pubblico interessasse solo chi vince e non il resto (ossia la sostanza, le scelte di governo, che è poi l’unico senso finale ed effettivo del confronto democratico e dell’eventuale vittoria elettorale).

Renzi ha detto: “La prossima volta che qualcuno vi dice che la comunicazione non è importante sappiate che sta condannando a morte il PD”. Ecco il vero manifesto programmatico del Sindaco di Firenze. Si compone di un solo capitolo molto breve intitolato “Comunicazione”. Ossia confronto mediatico-elettorale e chiacchiere a ‘schiovere’ al limite della sfacciataggine. A questo si riduce, per Renzi, tutta l’articolazione della politica, tutta la complessità del governo della cosa pubblica. A un briefing veloce con un copy o un direttore creativo. Perché non è vero che chi la pensa come il Sindaco, a un certo punto molli il piglio elettoralistico e si conceda frontalmente, senza infingimenti, all’esame della questioni pubbliche in campo. No. Chi la pensa come lui non rompe mai il filo della propaganda, dell’apparenza mediatica, della competizione sempre e ovunque. È una che non ha scampo. Un po‘ come fa Berlusconi, che sembra in campagna elettorale permanente. Peraltro, ciò non vuol dire che Renzi faccia solo propaganda o si limiti a rottamare e/o asfaltare. Semplicemente affronta in separata sede i temi e le questioni troppo noiose per essere contenute in un format televisivo, ossia la politica-amministrazione, la politica-governo, la politica-politica in sostanza: ‘chiusin chiusino’, come di lunedì il pulcino della nota filastrocca.

L’ossessione per i media e per il linguaggio della comunicazione pubblicitaria non si dimentica, non è relegato a una fase, ma diventa una medicina permanente da somministrare a ogni svolta politica. Così per Renzi. Che pensa di salvare il PD soltanto rendendolo più comunicativo e divertente, meno left e più loft, insomma. Se la politica fosse un prodotto pubblicitario il Sindaco avrebbe ragione da vendere. Ma se anche fosse così, non basterebbe ‘venderla’ per cambiare effettivamente le cose reali. L’avremmo venduta e basta, con esiti da valutare presso l’ufficio commerciale, preoccupati di ingegnare poi altre accattivanti campagne di comunicazione ogni qualvolta le cose non vadano bene e il governo fallisca una misura o sbagli un provvedimento. Vendere se stessi va bene per vincere. Ma è come galleggiare sulla superficie delle cose da fare. Che sono talmente noiose da farle comunque, quasi di nascosto, preoccupati soltanto di renderle chiare al popolino e di trovare l’esempio giusto per avviare una pedagogia di massa. Sventolando ogni tanto alcune parole-chiave come ‘speranza’ o ‘cambiamento’ per infarcire il discorso e per infiammare gli animi di chi resta, comunque, ai margini. Gli ultimi.




22 marzo 2013

La politica-politica. Discutendo Giuntella

 

Dopo aver letto l’articolo di Tommaso Giuntella sull’Huffington, mi chiedo: basta vincere? D’accordo, è una condizione fondante. Ma, torno a dire, è sufficiente sgomitare per arrivare primi se poi questo non basta, non può bastare? L’esempio di Grillo è sotto gli occhi di tutti. Vince la campagna, ma poi manifesta evidente incapacità di governo, ossia di politica-politica. A voi il comico dà l’impressione di padroneggiare la materia politico-istituzionale, di esser capace di andare oltre gli aspetti tecnicamente ‘eversivi’ che caratterizzano l’azione dei suoi gruppi parlamentari? Io dico di no. Ed è questo il punto. A cui Giuntella accenna, quando dice che la squadra di calcio pensa al proprio bene (ossia a vincere), il partito politico al bene del Paese (ossia a governare). La seconda che ha detto.

Il caro vecchio Lenin si chiedeva ‘che fare’. Facendoci credere che fosse quella la domanda fondamentale della politica. E invece no. O, meglio, era quella ma solo in parte. La questione vera è ‘come’! Come raggiungere gli obiettivi, gli scopi, i punti di programma prefissati. È il percorso tra la soggettività e l’oggettività. È tutta lì la differenza tra Grillo e Bersani: quest’ultimo sa bene che non si tratta di vincere, che anzi vincere a tutti i costi potrebbe essere persino fuorviante. Ma che si tratta invece di vincere in un certo modo, ossia ben consapevoli che la campagna non è un momento a sé rispetto all’azione politica, ‘avulso’ direbbe Verdone, ma ne è assolutamente avvinta. Altrimenti sceglieremmo un candidato bello, brillante e intelligente per le elezioni (emozionali), e un premier brutto ma bravo e competente per la fase di governo (argomentativa). E invece la democrazia non dice soltanto ‘una testa un voto’, dice pure che chi eleggi è quello che deve governare, non la sua controfigura più brava (anche se spesso accade).

Raccontare storie, ‘essere’ storie, vuol dire trasferire sulla soggettività pura e individuale il peso della politica, sulle sue emozioni, sulle sue opacità. Vuol dire costruire un immaginario vincente, magari, ma offuscato rispetto alle decisioni effettive, che debbono essere chiare e trasparenti a tutti. Vuol dire creare una maschera. Vuol dire spezzare in due il percorso: le emozioni per catturare consenso, il ragionamento per decidere. Con l’avvertenza che, esagerando con le emozioni, le decisioni verranno prese, in seguito, nelle segrete stanze, al riparo da occhi indiscreti. Al riparo dalle emozioni e dal pubblico. Perché sia chiaro: se vinco facendo battere i cuori e basta, dovrò continuare con questa sceneggiatura anche dopo. Se ‘drogo’ la mia iniziativa di media ed emozioni prima, cambiare ricetta sarà impossibile. E andrà a farsi fottere la partecipazione, a meno che non sia mediatica, punto.

Si parla di mediatizzazione della politica. In verità, la politica è teatralità. Ossia gesto, scena, sequenza, battute, melodramma o comicità, anche tragedia. Ciò non vuol dire che TUTTA la politica debba essere questo, né che si diano due atti, il primo empatico-emozionale e un altro successivo illuministico. Io rifuggo sia dall’empatia, sia dall’illuminismo: la prima mi schiaccia sull’altro, il secondo me ne distacca troppo. Io penso che la verità stia nel mezzo, non un mezzo geometrico-statistico ovviamente. Io penso che la politica sia bella perché è una continua ricerca di equilibrio, com’è nello sport e in ogni altro conflitto. Giusta distanza, strategia, valutazione accurata delle scelte che faccio, posizionamento, equilibrio appunto. Nulla di questo è emozione pura, né intellettualità astratta. Come in tutte le cose, le persone sono un complesso articolato e dinamico di tutto ciò, di spinte e controspinte. Io rimprovero invece al PD di essere stato troppo illuminista, da una parte, e troppo emozionale (sino all’infantilismo) dall’altra. In una strana schizofrenia, questa sì da mettere sotto accusa. Sarebbe il caso, adesso, di cercare l’equilibrio politico che ci è mancato e ci manca, a partire proprio dalla comunicazione e, ancor più, dall’azione politica-politica. Il 'come', appunto.

http://www.huffingtonpost.it/tommaso-giuntella/cosa-dobbiamo-fare-per-re_b_2925935.html


6 febbraio 2013

Cantanti, più che altro urlatori

“Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ec. un racconto, una descrizione, una favola, un'immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito: l'idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito: e ci pasce e ci riempie l'anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti”. Così scrive Leopardi nello Zibaldone. La poesia nasce da un diletto che chiede indeterminatezza dei confini, vaghezza, illimitatezza. Sogno fanciullesco. Kant, a proposito del sublime, a dire il vero era un po’ in disaccordo: ‘bella’ era la forma, ‘sublime’ invece il senso di illimitatezza e di infinità che trabocca da un evento naturale come una tempesta, circoscritto tuttavia in un quadro e, dunque, incapace di minacciarci davvero. Non è solo questione terminologica. E comunque, mi sono venute in mente le parole del Sommo Poeta, leggendo quanto ha scritto Outlook (cito da Internazionale) a proposito di Rahul Gandhi, ultimo rampollo della dinastia: “Il suo discorso un po’ filosofico, semipolitico, a tratti emozionante, e soprattutto vago è stato uno dei suoi migliori finora”. Certo, se non fosse che si trattava di un discorso per un’investitura politica!

 

In queste due brevi citazioni c’è tutto il dramma della politica odierna: solo mediatica, un po’ populista, accessoria in campagna elettorale, talvolta dinastica. Una politica ridotta alla sola comunicazione, al solo Balotelli, all’IMU da rimborsare, al sorriso del caimano in tv. Vaga, appunto, quando si tratta di risolvere problemi (compito a cui è chiamata), ma concreta e determinata (feroce persino) solo quando si tratta di saltare sulla poltrona come se niente fosse, come se Berlusconi in questi anni fosse stato beato all’opposizione e ora si presentasse nuovo nuovo alla partenza. Alla faccia del realismo di Bersani, del suo stare ai fatti, del suo intravedere i limiti concretissimi dell’azione politica. Per alcuni è un difetto. Ma è meglio forse atteggiarsi a venditore di tappeti, puntando tutto sulla memoria corta degli italiani? No, decisamente no. Io scelgo con la testa chi deve governarmi, non con la pancia di un evasore fiscale. Altrimenti tra un anno o due mi ritrovo another time sotto Monti e il maglio di una IMU2. Scusatemi ma io ho già dato. Adesso vorrei voltare pagina. Non scherziamo con Berlusconi2, Grillo, Ingroia e compagnia cantante. Anzi, soprattutto urlante.

Nella foto, Berlusconi come sarebbe se non dovesse responsabilmente salvarci dai comunisti

 


21 gennaio 2013

I surrogati

L’ha detto con una certa evidenza Nando Pagnoncelli: i sondaggi si sono trasformati  “da strumento di conoscenza e analisi a strumento di propaganda”. “Più che rilevare l’opinione pubblica, la mettono in scena e la costruiscono” aggiunge Ilvo Diamanti. Uno strumento, appunto, da inserire nel piano mezzi della campagna elettorale. Berlusconi lo sa bene, lo fa da decenni, riesce a fare politica solo mettendo in scena trovate di marketing (tanto la politica vera la fa nella privacy di casa sua o nelle stanze che i cittadini italiani appena intravedono). Lecito o meno, resta il fatto che il nostro destino lo decidono gli spin doctor e gli scienziati sociali al servizio del candidato di turno. Non conta la realtà, conta il modo in cui te la presentano, anche mediante ricerche e campionature con il risultato incorporato.

 

Lo sapevamo, d’accordo. Sapevamo che la comunicazione-politica te la incarta e ti fa votare persino contro i tuoi interessi, catapultandoti in un gioco che con la vita reale ha pochissimo a che fare. Sapevamo pure che il gioco è questo e i duri lo debbono comunque giocare, altro che Aventino. Eppure si resta ancora sbalorditi. E forse è proprio questo sbalordimento che ti salva e ti fa immaginare uno scenario diverso, dove la comunicazione diventa servizio, completamento della politica, trasparenza del senso. E non ‘nascondimento’. Se alla democrazia togliamo, difatti, la trasparenza, il confronto, la realtà vera del paese, cosa ne resta? A livello politico, solamente Berlusconi e qualche surrogato. Un po’ poco, insomma, ammettiamolo.

 

Nella foto, Berlusconi che sembra il surrogato denominato 'Grillo' quando tiene comizi


6 dicembre 2012

Bersani comunicatore

Bella l’analisi di Alessandra Serra su Allonsanfan. Da leggere. Questo post nasce ispirato, appunto, dalle sue acute argomentazioni. Io credo che Bersani sia un caso limite di rappresentazione del sé. Di solito, tra il sé (se esiste un sé!) e il suo involucro rappresentativo c’è una specie di abisso più o meno largo e profondo. Guardate Renzi, visto a Palazzo Vecchio il giorno dopo, senza l’impacchettamento di Gori, mostra un volto diverso, in cui la rappresentazione è ridotta all’essenziale e al minimo vitale pubblico consentito. Bersani no. È lo stesso prima e dopo! Forse è lo stesso anche in famiglia. Nel suo caso, la costruzione del personaggio è stabile nel tempo (‘costruzione’ e ‘naturalità’ quasi coincidono) – a meno che il vincitore delle primarie non sia davvero in grado di proiettare il proprio sé oltre l’abisso rappresentativo con una fedeltà assoluta. Il che, ai nostri occhi, sarebbe in fondo la medesima cosa.

 

In termini linguistici e a parità di logica, Bersani gioca su un linguaggio solo apparentemente dimesso; Renzi invece, come dice Alessandra, ha bisogno di manifestare un ‘impeto destabilizzante’ e, dunque, di colpirci con effetti speciali. Scienza quella del segretario del PD, fantascienza quella del Sindaco. Il paradosso è questo: chi propone un sé specchiato e apparentemente nudo ricorre a metafore, ossia a un addensamento del linguaggio; chi invece si propone al pubblico ‘impacchettato’ alla Obama-Kennedy punta a un linguaggio più ‘scabro ed essenziale’, più diretto, appunto più televisivo (anche nell’uso dei filmati e delle immagini sul palco). Ma le metafore del primo nessuno le dimentica. Mentre la sciolta parlantina del secondo è fuggita via allo scoccare dell’appello finale.

 

Dice Maltese che, sia la vittoria di Bersani sia la sconfitta di Renzi, sono state prodotte dalla medesima disfatta dei comunicatori. Bersani vince senza comunicare nulla se non un che disadorno. Renzi perde perché si sarebbe rivolto a un pubblico televisivo invece che al popolo democratico. È vero solo in parte. Se comunicare è in primo luogo riferirsi in modo appropriato a un destinatario ben tratteggiato, chi meglio di Bersani lo ha fatto? Chi, se non lui, ha parlato al cuore di una comunità perfettamente delineata e centrata? E se la comunicazione politica fosse soprattutto un fatto sentimentale, più che una questione di staff? Sentimentale non vuol dire improvvisato, ovviamente. E se queste primarie fossero anche una scoperta, un caso di studio, una piccola svolta? Dico l’ultima. Conosco soltanto un altro leader capace di restringere al minimo il sé alla propria rappresentazione: Enrico Berlinguer. Io lo trovo davvero rassicurante.

 

 


4 dicembre 2012

Gori, il PD non è una televisione!

Ho rivisto in TV il sindaco Renzi a Palazzo Vecchio dopo la battaglia delle primarie. Ho quasi stentato a riconoscerlo. Esagero ovviamente. Ma il punto è proprio questo: tolta la maschera americana di sfidante scamiciato, ritornato alla sua vera fisionomia è apparso davvero un’altra persona. Più sobria, più misurata, più umana. Parrà paradossale, ma ci ho persino visto qualcosa di simile alla genuinità bersaniana. Ha ragione Maltese: Renzi ha sbagliato completamente la comunicazione delle primarie. Ha sbagliato platea, ha sbagliato arma, ha sbagliato immagine. Per vincere doveva essere più in sintonia con la comunità di centrosinistra da cui pure pretendeva il consenso. Bersani ha innescato un cortocircuito che Renzi ha invece impedito si realizzasse, concedendo troppo alla comunicazione e alla teatralità. Ha preteso di presentarsi come uno quasi esterno al PD, un contendente che non aveva nulla a che fare con ‘loro’. E ha pagato caro questo errore marchiano. Apparire quasi di destra, antinovecentesco, rottamatore, fuori spartito rispetto alla musica del centrosinistra (e in primis della sinistra e del PD) non ha pagato. Dovrà trarne le conseguenze. Io credo che Renzi, un po’ come Jessica Rabbit, sia persino migliore, comunque diverso da come lo hanno dipinto Gori, Reggi, Da Empoli, i giornali di destra e i finanzieri d’assalto. Persino un po’ più di sinistra. Voleva impacchettarci, si è trovato impacchettato in un involucro francamente indigeribile al popolo della sinistra e alla comunità democratica. Ci penserà Bersani a scoprire la vera natura del sindaco, statene certi. Bersani il politico, il leader e, a sorpresa, pure il comunicatore. Tiè!

 

 
Nella foto, Gori in versione scamiciados alla Renzi


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permalink | inviato da L_Antonio il 4/12/2012 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 ottobre 2012

La politica poetica

Bello ed efficace lo spaccato culturale che offre Asor Rosa su Repubblica di sabato scorso. Discute di poesia, ma in realtà dice una parola quasi definitiva sulla cultura politica di quest’epoca mediatica. Mentre la poesia propone un linguaggio più esclusivo e personale rispetto al chiacchiericcio universale che dilaga su televisioni e giornali, la narrativa aspira a un alto livello di comunicatività, ed esaspera la ricerca di comunicazione a tutti i costi. Le cosiddette ‘narrazioni’ sono un caso tipico (adottato per questo anche dalla politica contemporanea) di linguaggio che scivola invece più in superficie, che aspira a una certa ‘normatività’, che inventa storie di marketing (dico io) piuttosto che dare voci a pulsioni profonde, e perciò quasi del tutto disinteressate a comunicare d’amblais e istantaneamente qualcosa a tutti.

 

Qual è il senso ‘politico’ del paradigma messo in campo da Asor Rosa (pur allo scopo di fare una critica della più recente poesia italiana)? A me pare evidente. La scelta ultra-comunicativa della politica, il suo ‘narrare’ piuttosto che dare voce, esprimere, muovere forze o suscitare soggettività, è il riflesso dell’egemonia mediatica, e la dimostrazione scientifica che la comunicazione non è mai un orpello successivo, ma è capace di modificare la sostanza stessa del fare politica. Chi sceglie di fare comunicazione-politica non si limita ad aggiungere degli spot a un pensiero precedente, ma mette in campo una politica (narrata, percettiva, d’immagine, destinata a ‘vendere’ una candidatura o un’idea) invece di un’altra (che fa dell’espressione un’energia partecipativa, dell’innovazione una pratica, della comunicazione uno strumento, una forma di ricerca e non l’unico ‘‘senso’ finale).

 

Certo, nell’epoca del Mercato, dove l’efficacia di un prodotto è nel suo fatturato, è difficile credere che basti potenziare l’espressione dei soggetti in campo (a partire dai partiti!), alimentare l’innovazione in tutti i campi, far crescere l’enfasi partecipativa, mettere in campo idee anche apparentemente di scarso appeal, per modificare davvero le carte in tavola Prevale invece la convinzione che sia sufficiente ‘toccare’ la percezione del cittadino-elettore, che sia sufficiente sfiorare le corde più superficiali del senso comune, o gli istinti, oppure i sentimenti mediatici, per scatenare un movimento. È un po’ il tema renziano-goriano, oppure grillista. Ma non è così. Le cose cambiano se le energie migliori, quelle più forti e innovative prendono corpo e partono dal corpo sociale e dall’espressione libera dei soggetti in campo. Il resto è solo manovra di marketing, ‘narrazione’ di favole, scivolamento superficiale di idee mediatiche e suggestioni sul corpo elettorale indifeso.

 

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